La stazione di Ostia è diventata a Roma un punto di incontro e snodo in cui persone corrono ogni giorno in un crocevia di passaggi e incontri.
In un luogo di transito come questo, alle spalle del binario 15 si nasconde una difficile realtà.
Un gruppo di rifugiati politici (soprattutto afghani) hanno scelto questo spazio di terra di nessuno in cui accamparsi seppur in condizioni di totale precarietà.
Circa 150 rifugiati giovanissimi, di cui il 27 per cento bambini, vive a stento la loro vita tra accampamenti di fortuna e giacigli condivisi con clandestini e clochard.
È in questo modo che i rifugiati politici del binario 15 trascorrono i loro giorni, in attesa di una soluzione che tarda ad arrivare.
Giulia Marrone e le telecamere di Tanto per cambiare, hanno conosciuto e testimoniato nel video qui presente alcune realtà residenti in quell’angolo della stazione di Ostia, per comprendere quali sono le difficoltà e le principali mancanze che i rifugiati politici soffrono.
Cerchiamo di capire innanzitutto cosa s’intende quando si parla di rifugiato politico.
I rifugiati politici sono nient’altro che immigranti forzati, costretti ad abbandonare il loro Paese perché afflitto da guerre civili o per problemi legati alla sfera politica.
Queste vittime in fuga sono tutelate dalla Convenzione di Ginevra, da vari trattati internazionali e anche dall’articolo 11 della Costituzione italiana.
Ma questa tutela resta solamente sulla carta. Gli aiuti e l’accoglienza che spetterebbero di diritto ai rifugiati politici sono carenti o addirittura assenti per l’impossibilità (o la mancanza di attenzione) del Paese ospitante di provvedere ai loro bisogni.
Rifugiati politici e immigrazione clandestina sono, oggi come oggi, dei temi particolarmente forti nel nostro paese, soprattutto con i continui sbarchi clandestini dalla Libia.
L’Italia ancora arranca nella ricerca di una soluzione adeguata alle necessità non solo degli stessi rifugiati ma anche dei cittadini italiani, costretti a condividere con loro condizioni di difficoltà sociale.
Sotto pressione sono le capacità di accoglienza per i rifugiati politici, i quali dopo aver ottenuto la protezione dello Stato e il conseguente permesso di soggiorno con lo “status di rifugiato”, hanno principalmente bisogno della messa in atto di questi diritti. Lo Stato, invece, sembra lasciare gli immigrati abbandonati a se stessi e in precarie condizioni di vita..
I 3.000 posti addetti all’accoglienza dei rifugiati politici sono del tutto inadeguati e inferiori rispetto ad altri paesi dell’Unione Europea. Basti pensare alla Francia in cui ce ne sono 30 mila.
Questa situazione è data purtroppo anche da un ritardo culturale dell’Italia sull’argomento immigrazione.
Giulia Marrone ha intervistato Alberto Barbieri, uno dei medici portavoce dell’associazione Medici per i Diritti Umani (MEDU), un’organizzazione umanitaria di solidarietà internazionale, nata da un gruppo di medici volontari con l’intento di portare assistenza sanitaria alle persone più vulnerabili nelle situazioni di crisi, in Italia e nel mondo.
Costretti ad abbandonare la loro vita fin da giovanissimi e a girovagare tra paesi esteri alla ricerca di un’accettabile accoglienza, i rifugiati afghani del binario 15 sono stati dimenticati anche dal Comune e dagli enti addetti alla loro assistenza.
L’unico aiuto che ricevono proviene dal MEDU che, oltre a lanciare l’allarme per le critiche condizioni di vita di questi rifugiati, offrono puntualmente cure sanitarie.
Attenzioni assolutamente necessarie per curare malattie della pelle, ferite riportate durante i loro spostamenti e soprattutto infezioni alle vie respiratorie causate dal freddo del lungo inverno passato.
Con un camper-ambulatorio, i medici di MEDU visitano e medicano i rifugiati, spiegano quali sono i diritti che potrebbero far valere e cercano di fornire (almeno a livello sanitario) quante più cure possibili sono in grado di dargli.
Lo scorso 20 giugno è stata celebrata come ogni anno la Giornata Mondiale del Rifugiato.
Questa giornata, dedicata ai diritti di tutte quelle persone costrette a fuggire dalle proprie case per guerre e persecuzioni, sembra essere l’ennesimo appello per risolvere una situazione diventata ormai umanamente insostenibile.
Un forte grido di aiuto e di speranza che finora, purtroppo, sembra essere rimasto vano.
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